Patrimonio culturale e festività dei carnevali: gli itinerari urbani dei rituali storici in Campania

0078
Autori:
AA. VV.
Curatori:
Luigi Fusco Girard
Pasquale De Toro
Teresa Colletta
Lingua:
Italiano
Edizione:
1
Pagine:
480
Formato:
21x29,7
Anno:
2020
Rilegatura:
Brossura cucita - Soft cover
Stampa:
Colori
Illustrazioni:
Si
EAN:
9788895315683
ISBN:
978-88-95315-68-3
45,00
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Le festività storiche dei carnevali in Campania: un richiamo alle loro radici

Quale responsabile dell’Ufficio per la Valorizzazione e la Promozione dei Beni Culturali della Giunta Regionale della Campania desidero esprimere tutta la mia soddisfazione per l’importante contributo che questo volume, parte di un più ampio progetto di ricerca sugli itinerari urbani dei carnevali campani finanziato con fondi regionali, rappresenta nella costituzione di un Dossier scientifico per la procedura per l’iscrizione di un altro bene immateriale nella Lista del Patrimonio immateriale dell’UNESCO. Infatti, anche se i carnevali campani non hanno la fama e l’appeal turistico di altri, più famosi carnevali italiani e stranieri, essi sono tuttavia di grande importanza per l’identità delle nostre comunità regionali.

Chi scrive è però anche un’archeologa e nel leggere le pagine che seguono sono stata vivamente sollecitata a varie considerazioni, pur assolutamente superficiali, sulle premesse che queste festività trovano nel mondo classico. La continuità sotterranea che al di là delle scomuniche ufficiali legò questi aspetti della cultura e del sentire popolare del mondo pagano con quelli del mondo cristiano deve aver giocato, insieme con gli apporti del mondo “barbarico”, un ruolo importante nella formazione del pensiero medievale nel quale affondano le origini del fenomeno moderno del Carnevale.

Le nostre fonti sulle culture della Campania antica, ricchissime per l’ambito greco-romano, sono tuttavia molto avare per il mondo etrusco che pure deve aver celebrato anche nei suoi siti maggiori campani come Capua o Pontecagnano i riti di purificazione del mese di Febbraio, organizzati in onore del dio etrusco Februus che si ritengono connessi alle origini delle feste mascherate liberatorie dall’angoscia della malattia. Non molto più fortunati siamo per l’ambito italico, per il quale possiamo affidarci alla sola documentazione archeologica. E tuttavia il successo che riscosse il teatro fliacico, con i suoi attori mascherati, tra i Lucani di Paestum o la fama dell’Atellana con i suoi personaggi buffi e caricaturali e suoi lazzi osceni (parola che deriva, come è noto, da Osco) sono indizi significativi del fenomeno della ritualità libera e licenziosa che anche la società italica ammetteva, naturalmente nel contesto regolatorio delle occasioni religiose. La presenza nell’Atellana di un personaggio come il servo Maccus dalla pancia prominente, vestito con un camicione bianco e con una maschera dal lungo naso e le guance rosse, è stata suggestivamente accostata alle origini della maschera acerrana di Pulcinella, ma possiamo purtroppo solo immaginare quanto la cultura delle atellane abbia influenzato il teatro popolare della Neapolis grecoromana e le successive espressioni teatrali.

Fin dall’origine dei suoi studi la filologia classica ha indagato molto sul rapporto tra teatro e “libertinaggio” dionisiaco, con il suo apparato mitigatore di maschere codificate. Il loro uso nella pittura romana di II e III stile appartiene già al momento della loro interpretazione decorativa, ma la presenza di mascherine teatrali di terracotta nei depositi votivi dei santuari e nei corredi funerari ellenistici e romani ci dice invece quanto questo fenomeno fosse radicato nella psicologia popolare antica. Un quadretto come quello del rito isiaco da Ercolano con il sacerdote mascherato da Bes, il nanerottolo itifallico presente da secoli nei corredi funerari campani, è una straordinaria conferma iconografica delle descrizioni di Apuleio delle processioni isiache e tradisce l’apporto delle culture giunte da altre sponde del Mediterraneo ad arricchire anche nei nostri territori il pensiero popolare antico. E allora possiamo solo immaginare la straordinaria ricchezza del mondo popolare in una città multietnica come l’antica Puteoli in cui le feste romane dei Saturnalia e dei Mamuralia (per l’inizio del nuovo anno) durante le quali si portava in processione e si percuoteva con delle verghe l’anno vecchio rappresentato da Mamurio Veturio, un personaggio anziano e caudicante coperto di pelli di capra, inevitabilmente si contaminavano con le tradizioni, analoghe e diverse, di pressoché tutti i popoli del Mediterraneo che frequentavano Puteoli e il suo grande porto.

Quanto di tutto questo è passato nei nostri Carnevali? Non lo sapremo mai.

Eppure queste tracce ci hanno lasciato in eredità la certezza che la contaminazione, quello sharing cultural diversity che è uno dei capisaldi della cultura dell’UNESCO, è da sempre una nostra inestinguibile ricchezza. Sta solo a noi studiarla e valorizzarla compiutamente.

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